
Kurden People
Autore: Marina Girardi
Editore: Comma 22
Anno: 2009
Pagine: 80
Nel 2008, Marina Girardi, in arte Magira, si aggiudica il primo premio "Komikazen - Festival del fumetto di realtà". Da qui nasce Kurden People, una graphic novel che è un’esplorazione a tutto tondo della cultura kurda. Il libro si apre con un viaggio che vede Sonia, alter ego di Marina, imbarcarsi su una nave che da Atene la porterà a Patrasso, al ritorno da un viaggio a Creta, ed è proprio durante questo viaggio che avviene l’incontro con gli uomini con "gli occhi di petrolio", i kurdi. Il viaggio poi si sposta su un altro piano temporale: siamo a Venezia. Sonia viene ospitata da una sua ex compagna di corso e si ritrova sul canale della Giudecca a "gettare nella laguna grigia come il cielo petali di ranuncoli gialli" per onorare la morte dei tanti iracheni morti nei loro viaggi della speranza. Dal viaggio sull’isola di Creta e dalla laguna di Venezia, l’autrice prende le mosse per inchiostrare fatti lontani nel tempo, ci porta a riscoprire la battaglia di Lepanto, avvenuta nel 1571, che segnò la prima vittoria di un’armata occidentale contro l’impero ottomano e ancora si diverte a narrarci di un’antica leggenda che ha per protagonista un tale di nome Panegyotis, un uomo che amava le donne ed ebbe la sfortuna di trovarsi "a mezzogiorno nel posto sbagliato", come ci vien detto da una capra messa lì su un prato di montagna - in Kurden People gli animali parlano. Panegyotis rimase vittima delle streghe, che secondo la leggenda "non escono a mezzanotte, ma preferiscono l’ora tragica della canicola", e rimase inebetito per sempre. I fatti lontani si intersecano con le pagine che mostrano i profughi iracheni che scappano dalle carceri e si vanno a rifugiare nei container, nei vagoni sigillati, per nascondersi e scappare dalla loro terra ed è singolare la battuta di un profugo, che scavalcando un cancello di fronte ad un poliziotto con il manganello, dice "erano meglio i Talebani... almeno capivo quello che dicevano!" Una storia quindi che si snoda su più livelli intessuti da Marina qua con leggerezza, dove ce n’è bisogno, là con approfondimento storico, frutto di una ricerca accurata. La storia del popolo kurdo viene ripresa dagli albori, dal mito, dalla pietà della dea Ishtar che, dopo il diluvio, donò una barca di luna agli uomini così che loro potessero insediarsi tra le pianure del Tigri e dell’Eufrate. L’autrice fa opera di translitterazione quasi, quando disegna dei turchi di Osman il Sultano che, capitanati da Selim il crudele, promisero ai kurdi di riconoscere il loro stato se li avessero appoggiati nella lotta contro i re di Persia: la tavola disegnata non riconosce più i confini delle vignette canoniche e si stende su tutta la pagina includendo miniature, personaggi e una riflessione di Ahmed Khani. Dal viaggio a ritroso nel tempo, ritorniamo alla protagonista del libro, Sonia, la quale incontra i giovani kurdi che inneggiano ad Apo Ocalan e ai suoi sforzi per unire il popolo kurdo nella lotta per uno stato autonomo, una terra che sia la loro. Ma è significativa della moderna cultura kurda il discorso che un giovane fa a Sonia, dice: "ma ormai sono passati molti anni, non vogliamo più avere uno stato indipendente, ci basterebbe avere noi stessi..." Sonia incontra le donne turche in un hammam, le frasi dei personaggi seguono la lingua kurda e, come auspicato dalle parole del giovane, Marina restituisce ai kurdi la loro lingua, chiudendo il libro con l’immagine di una nave che salpa e con una poesia di Goran pregna di speranza: "Io vado madre, se non torno la mia anima sarà parola per tutti i poeti".

Non dire madre
Autore: Dora Albanese
Editore: Hacca edizioni
Anno: 2009
Non tremare, non tremare, non tremare... ho freddo, ho freddo, ma non devo tremare, devo smetterla... smettila cretina!... Smettila di tremare, smettila! - Inizia con queste frasi la prima storia che apre l’antologia di Dora Albanese, ventiquattro anni, nata in Basilicata. "Non tremare" è un lungo excursus (47 pagine) che seziona la maternità, l’atto del divenire madre. Ci troviamo in un ospedale di Matera, subito fuori dalla sala operatoria, tutto è già accaduto, tutto sta accadendo. La prima persona usata dall’autrice è sorprendentemente efficace nel descrivere il dolore, lo stupore, l’amarezza e la paura, soprattutto la paura a cui va incontro la protagonista che si trova a diciannove anni a dover dire, spinta dall’istinto e dalle convenzioni sociali: "Bevi a mamma", invitando il proprio bambino ad attaccarsi al capezzolo. E’ una prima persona che incede con la sicurezza propria di una visione ben nitida che porta il lettore fin dentro alla carne raccontata, al dolore dell’ospedale, all’ubiquità dei sentimenti. "Non tremare" è la porta che il lettore varca quando si addentra nella scrittura di Dora, è porta fatta del materiale solido e granitico che parla la lingua della Lucania, terra d’origine dell’autrice; ma è anche ingresso nella volubilità dei sentimenti, nel loro essere instabili e tentennanti. "Non dire madre" dunque: riscatto dall’essere figlia di madre per poi "cancellare" la figura materna attraverso il concepimento di una nuova vita: "Io però, a un certo punto, mi sono imposta di non dire mai più madre, di non cercare mai più l’aiuto di mia madre; perché una figlia che diventa madre annienta il sacrificio dell’altrui maternità per dare spazio al suo bisogno di riscatto". I primi due racconti della raccolta sembrano essere conseguenti quasi si trattasse di un romanzo e per tutto il libro si ha l’impressione di assistere a una storia a puntate e per contenuti e per uniformità della lingua tracciata dall’autrice. I temi che si rincorrono sono l’allontanamento dalla terra d’origine, dal sud, per poi ritornarvi coi ricordi in un continuo alternarsi di flashback che sanno di nostalgia e di cose perdute e mai dimenticate e ancora i rapporti famigliari e le storie dei parenti lontani partiti per la guerra. In tutto il libro, che io mi arrischio a chiamare "romanzo celato da un’antologia" , sono le figure femminili che risultano essere predominanti in una coraggiosa inversione dei ruoli: le donne hanno il potere di dare la vita e di toglierla come si evince in questo bell’estratto: "Poi, dopo essersi accertata che le corde erano ben strette, mi disse di chiudere gli occhi alla donna e, trattenendo il respiro, buttò con tutta la forza che teneva in corpo il bambino nella conca di rame, e lo ammazzò". Anche le figure maschili sono presenti e anche loro sono cariche di potenza evocativa, la si può scorgere nei racconti "Tutto sbagliato" e "Lo zio d’America"; sono maschi incerti, figure mosse congelate in un’istantanea che Dora ci regala mettendo a nudo la fragilità dell’uomo che vuole cambiare sesso ed emanciparsi da un padre violento e ancora nell’uomo affascinante che si ritrova malato nel corso della propria vita e si appella come ultimo approdo all’esistenza alla donna, unica procreatrice disegnata attraverso il realismo narrativo di questa brava esordiente.

Qualcuno ha morso il cane. Racconti di doppia vita
A cura di: Antonio Veneziani e Riccardo Reim
Editore: Coniglio Editore
Anno: 2008
Pagine: 240
Antonio Veneziani e Riccardo Reim, assieme per un’antologia di racconti sul doppio e sulla doppiezza. Il libro si apre con un’intervista nella quale i due autori si interrogano a vicenda: cosa ne pensano della doppia vita e se questa sia una scelta o una necessità. Dalla curiosità degli autori nasce quindi questa raccolta di racconti.
Le storie pių incisive sono forse quelle pių brevi che sembrano deflagrare attorno al tema scelto nel libro, senza indugi. Esemplare è "Il Mago Magia" di Mario Castelnuovo nel quale il povero mago morirà di noia perché non riesce più a moltiplicarsi in altre vite, in "Mi addormenterò su quei piedi nudi" di Luca Giachi, la voce narrante svela i miseri retroscena della sua vita di uomo di potere, mentre il suo desiderio più nascosto è quello di poter amare una donna, riappropriandosi quindi di un ruolo che gli dia "uno scampolo di luce".
L’antologia scorre eterogenea attraversando stili narrativi molto diversi tra loro, si va dalla prosa pura alla narrativa in forma di poesia fino al piccolo gioiellino che č l’intermezzo disegnato da Gianluigi Mattia e narrato da Antonio Veneziani, "Quaderno segreto".
In "Come è" di Carlo Bordini, invece, assistiamo a un semplice, ma toccante viaggio introspettivo narrato con un uso singolare delle lettere minuscole e maiuscole. Il libro si arricchisce di contributi adatti a una lettura che ha voglia, necessità di ricerca, vedi "La pulizia dell’immagine" di Claudio Marrucci, fino al racconto più toccante della raccolta: "La una e la trina" di Paolo di Orazio in cui Federica Da Siena, scappa di notte dal convento per infliggere torture ai suoi amanti. Vero gioco del doppio, dove il sacro non è mai tale se non agli occhi di credenti che necessitano di miracoli.
L’antologia sembra raccogliere narratori di diversa età e con diverse esperienze alle spalle, così che la visione del tema principale del libro non sia univoca, si va da Renzo Paris a Gabriele Dadati, da Filippo Scozzari a Franco Grillini, fino alla redattrice del Manifesto, Geraldina Colotti.
"Qualcuno ha morso il cane" non spiegherà scientificamente o in maniera accademica il bipolarismo psichico che può o potrebbe albergare in ognuno di noi, ma getta una luce soffusa e distorta su alcune storie che senza l’ambiguità del doppio non potrebbero esistere.

L'ombra
Autore: Turi Vasile
Editore: Hacca
Anno: 2009
Pagine: 166
La raccolta di racconti di Vasile si apre con un’affermazione che è un invito al viaggio: "non so francamente, da dove vengo, anche restando nell’ambito del mondo in cui vivo…" E di viaggio si tratta quando ci apprestiamo a scorrere i suoi racconti. Si parte dalla Sicilia e dalla creazione divina con un Dio Padre che scaglia un fulmine sull’isola dando vita al vulcano. Viaggio non lineare che non procede, ma si incaglia in ricordi, in riflessioni di uno scrittore che sarebbe morto a breve, nel settembre del 2009. Già la si vede la morte, già se ne parla in modo scanzonato e derisorio nel racconto "L’abito da cerimonia", nel quale la badante ucraina invita l’autore a comperarsi un vestito per il trapasso e Vasile si trova a fare da modello per un sarto che gli piomba in casa e gli prende le misure mentre lui lo lascia fare un po’ infastidito, un po’ divertito. Viaggio che è narrativa che viene allo scoperto, senza omissioni, senza imbarazzo; che si fa domanda insistente e si risponde con ciò che l’essere umano può esperire nella sua breve vita. Da qui dunque nascono le ultime narrazioni di Vasile, da qui la ricerca della fede e la riflessione filosofica nelle parole del sofista Protagora, citato due volte. Ma "L’ombra" è anche un viaggio nella sicilianità dell’autore, la si avverte spesso, la si contempla nelle frasi in dialetto sparse qua e là in tutto il libro, una di esse dà voce a uno dei racconti più belli della raccolta: "Stella che corre", dove si parla di un giovane pastore a cui la famiglia di Vasile diede riparo e protezione. Le parole del pastore sono esemplificative di un modo di intendere la vita: "E’ stidda ca curri"; ovvero, "è stella che corre" che vuol dire subire il proprio destino. Si parte della Sicilia e vi si ritorna perchè le origini si fanno più forti quanto più si è lontano da esse, come è scritto dall’autore. Ma intanto si gira il mondo: Vasile lavorò tutta la vita nel cinema come produttore e regista al fianco di De Sica, Fellini e Antonioni e dei suoi viaggi reali e immaginari ci parla, della Nabibia dove si trovò a cantare il Tantum ergo in gregoriano in pieno deserto assieme a un autista bantù e di Roma, la città che lo vide crescere ai tempi del fascismo e che, credo, gli diede notorietà. Racconti quali "L’anciddi" , le anguille, o "Il terremoto di Messina" sono l’omaggio che Vasile rende alla sua terra, questa lo insegue nei ricordi come lo inseguono tutti gli amici scomparsi di cui scrive nel racconto "Gli assenti da Pino Ribaudo a Lilli la Rossa" e ancora ne "La barca delle ombre", ultimo di una trilogia che ha per tema l’ombra. E l’ombra si fa presente con la sua necessarietà nella storia in cui un uomo regala la propria ombra e finisce per rimetterci in salute.
La scrittura di Vasile rivela con semplicità, a tratti con ironia, ma mai con amarezza anche quando racconta della moglie Silvana ridotta all’immobilità su un letto, senza parole se non quelle che canta al marito ricordando antiche canzoni. Il viaggio di Vasile termina con questo libro che è testamento e lascito e, proprio nel racconto che va a chiudere l’antologia, ecco che viene fuori con potenza l’amore per la scrittura. Vasile ci lascia esprimendo il desiderio di portare nell’al di là, due racconti: "La morte di Ivan Il’ic’ di Tolstoi" e "Il principe di Homburg" di Heinrich von Klest, l’invito è a leggerli per scoprire le nostre mancanze, quelle dei nostri tempi: la mancanza di solidarietà e del rigore morale o altrimenti citando l’autore: Non ci resta, in questa vita, che leggere i romanzi di Andrea Camilleri, tanto per ingannare il tempo e noi stessi.